Il portale della BELLEZZA della Dottoressa Magda Belmontesi

Il portale della BELLEZZA della Dottoressa Magda Belmontesi

Medicina estetica: prevenzione, non perfezione

Il punto di vista del Focus Group Dermocosmesi di Agorà con la dermatologa Magda Belmontesi e i medici estetici Eleonora Talerico e Francesca Villa

C’è un equivoco di fondo che la medicina estetica si porta dietro da sempre: quello di essere una disciplina della sparizione. Cancellare le rughe, eliminare i segni, riportare il tempo a zero. Ma chi lavora davvero in questo campo racconta un’altra storia — più lenta, più attenta, e profondamente medica.

È questa la prospettiva condivisa emersa dall’incontro del Focus Group Dermocosmesi di Agorà – Società Italiana di Medicina Estetica, coordinato dalla dermatologa e medico estetico Magda Belmontesi, vicepresidente di Agorà e direttrice del gruppo. Al suo fianco, le colleghe Eleonora Talerico e Francesca Villa, entrambe medico estetico e membri attive del gruppo. Tre voci diverse per formazione e approccio, convergenti in una visione comune: la medicina estetica non cancella il tempo, lo accompagna.

«Chi arriva in ambulatorio», spiega la dottoressa Belmontesi, «non sta necessariamente inseguendo la bellezza ideale. Molto spesso sta cercando di ritrovare coerenza tra come si percepisce e ciò che vede allo specchio. Il nostro lavoro non è trasformare un volto, ma accompagnarlo nel tempo».

Il Focus Group Dermocosmesi non è solo uno spazio di confronto: è un laboratorio metodologico. Il gruppo «lavora alla definizione di linee guida e protocolli condivisi per integrare in modo strutturato ed evidence-based la dermocosmetologia nei percorsi di medicina estetica». Un lavoro che si traduce in ricerca, in comunicazione scientifica e — come vedremo — anche in campagne rivolte al pubblico.

L’invecchiamento non è solo una ruga

Per capire cosa fa — e cosa non fa — la medicina estetica, bisogna prima smontare alcune semplificazioni. L’invecchiamento cutaneo è ben più complesso di come viene comunemente descritto.

«Dobbiamo distinguere tra crono-aging e photoaging», sottolinea Belmontesi. «Il primo è l’invecchiamento biologico naturale. Il secondo dipende dall’esposizione cumulativa alla radiazione solare. Sono processi diversi, ma nelle aree fotoesposte si sovrappongono». A livello cellulare, la radiazione solare innesca la formazione di radicali liberi che alterano lipidi, proteine e DNA, producendo stress ossidativo. I danni si accumulano fin dall’infanzia — il che rende la protezione solare una priorità che riguarda ogni età. Ma l’invecchiamento del viso non è solo cutaneo: «Il viso cambia perché cambiano anche il grasso sottocutaneo, la struttura ossea e l’elasticità dei tessuti», aggiunge la dermatologa. Un processo sistemico, non superficiale.

Le ricerche più recenti hanno allargato ulteriormente lo sguardo: non è più solo il sole a determinare il danno, ma un insieme di aggressori ambientali — ozono, inquinamento, luce visibile, infrarossi — che agiscono in sinergia sullo strato corneo, sull’epidermide e sul derma, a profondità crescenti. “Invecchiamento atmosferico” è il termine che la scienza ha coniato per descrivere questa realtà complessa. Una realtà che chiede risposte altrettanto articolate.

Prima ancora del trattamento: la prima visita

Se c’è un momento che le tre professioniste identificano come decisivo, non è quello in cui si interviene, ma quello in cui ci si ascolta.

«La prima visita serve a comprendere la persona», spiega la dottoressa Eleonora Talerico, medico estetico e membro del Focus Group. «Si analizzano proporzioni del viso, espressività, qualità cutanea e soprattutto aspettative. Senza questo passaggio non esiste medicina estetica corretta». Il punto non è solo tecnico: è relazionale. Costruire aspettative realistiche richiede tempo e onestà. «Talvolta», prosegue Talerico, «il compito del medico è anche saper dire di no quando la richiesta non è appropriata». Una forma di rispetto, non di rifiuto.

Prevenzione, educazione, comunità: il lavoro del Focus Group

Ciascuna delle tre professioniste porta nel gruppo un contributo specifico. E la prevenzione — intesa come educazione quotidiana, non solo come trattamento — è uno dei terreni su cui il Focus Group lavora con maggiore continuità.

La dottoressa Eleonora Talerico ha sviluppato una campagna social sulla dermocosmesi pediatrica. Il messaggio è netto: prevenzione e protezione per la pelle sana, attivi specifici solo nei casi patologici o post-infettivi e soltanto su indicazione del dermatologo. No alla skincare anti-aging per i bambini. «La cute pediatrica è più fragile e reattiva», spiega Belmontesi raccogliendo il tema. «Serve una skincare essenziale: detersione, emollienza e protezione solare. Non esiste alcuna indicazione anti-aging nei bambini». In un’epoca in cui i cosmetici degli adulti finiscono sempre più spesso nelle mani dei più piccoli, questo posizionamento chiaro ha un valore che va ben oltre il tecnico.

Diverso ma ugualmente concreto il contributo della dottoressa Francesca Villa, medico estetico, che ha lavorato alla campagna “Giochi olimpici Milano-Cortina 2026 – Quando la pelle gioca in alta quota”: un progetto pensato per comunicare al grande pubblico l’idea di allenare la pelle a difendersi, proprio come un atleta si prepara a condizioni estreme. Villa ha inoltre firmato due articoli scientifici pubblicati su protocolli dermocosmetici peri-procedurali e sulla gestione della rosacea — un contributo che unisce rigore scientifico e ricaduta clinica diretta.

«Le abitudini quotidiane incidono più dei trattamenti», osserva Villa. «Fotoprotezione, idratazione e costanza sono la vera prevenzione». Un messaggio che vale per tutti, a qualunque età.

I trattamenti: la persona prima del protocollo

Solo dopo educazione e prevenzione si arriva a parlare di procedure. E anche qui, il gruppo rifiuta ogni approccio standardizzato.

«Non esiste il trattamento migliore in assoluto», chiarisce Villa. «Esiste quello adatto a quella persona». I protocolli possono combinare tecniche diverse — dal miglioramento della qualità cutanea attraverso peeling, biostimolazione e skinbooster, al trattamento delle rughe mimiche con neuromodulazione, fino al ripristino dei volumi con filler — ma sempre in funzione del singolo paziente e dei suoi obiettivi. «La medicina estetica moderna lavora per miglioramenti progressivi», aggiunge Talerico, «non per cambiamenti evidenti». L’invisibilità del risultato, paradossalmente, è spesso il segno di un lavoro ben fatto.

Come si costruisce una cultura della sicurezza

La medicina estetica è medicina a tutti gli effetti: richiede competenze anatomiche solide, formazione rigorosa ed esperienza clinica concreta. Pur essendo nella maggior parte dei casi mininvasiva, non è priva di possibili effetti collaterali — per quanto transitori — né di rare ma reali complicanze. È qui che entra in gioco il ruolo istituzionale di Agorà e, in particolare, quello di Belmontesi in veste di vicepresidente.

«La nostra responsabilità è duplice», spiega la dermatologa. «Da un lato, garantire standard formativi elevati tra i professionisti. Dall’altro, promuovere un’informazione corretta verso il pubblico». Due fronti che si tengono, perché una cultura della sicurezza si costruisce insieme — tra chi cura e chi si affida alle cure.

Sul fronte del pubblico, Agorà ha sviluppato campagne istituzionali riunite sotto il titolo “Medicina estetica – Istruzioni per l’uso”: iniziative pensate per sensibilizzare e promuovere comportamenti responsabili e consapevoli, con linee guida concrete su cosa fare prima, durante e dopo un trattamento. Ma anche per contrastare un fenomeno in preoccupante crescita: la banalizzazione della disciplina e l’abusivismo professionale, che compromettono la qualità delle prestazioni e l’immagine dell’intero settore.

Sul fronte interno, Agorà ha recentemente rinnovato il proprio Codice etico, aggiornandolo su temi di stringente attualità: intelligenza artificiale, telemedicina, sostenibilità ambientale, protezione dei minori, medicina di genere, sicurezza e tracciabilità dei prodotti. Un documento che non è solo un riferimento per i professionisti, ma — per la chiarezza dei principi che enuncia — può diventare uno strumento utile anche ai pazienti per orientarsi con maggiore consapevolezza.

«L’obiettivo è costruire una cultura della sicurezza», conclude Belmontesi. «Professionisti competenti e pazienti informati. Solo questo binomio garantisce risultati eticamente e clinicamente accettabili».

Tre principi per portare a casa

Questa serata ha parlato di tempo — del tempo che passa e del tempo che si sceglie di dedicarsi. Ha parlato di cura del viso come parte della cura di sé, di medicina estetica non solo come ricerca di bellezza ma come prevenzione, armonia e salute nel senso più completo del termine. Un atto medico che è certamente tecnico, ma anche profondamente etico, e che implica una responsabilità condivisa tra medico e paziente.

Tre principi, allora, per chi vuole prendersi cura del proprio viso — e avvicinarsi, se lo desidera, alla medicina estetica in modo consapevole.

Il primo è proteggere ogni giorno. La fotoprotezione non è un gesto estetico: è un atto preventivo con solide basi scientifiche. I danni da radiazione solare sono cumulativi e cominciano nell’infanzia. Crema solare, idratazione e costanza non sono dettagli: sono la base di tutto.

Il secondo è scegliere il medico giusto. La medicina estetica richiede competenze specifiche, formazione continua e conoscenza anatomica profonda. Prima di qualunque trattamento, il professionista giusto dedica tempo all’ascolto, alla valutazione e alla costruzione di aspettative realistiche. Se manca questa fase, qualcosa non va.

Il terzo è ridefinire cosa si sta cercando. Non si tratta di sembrare più giovani. «Si tratta — come dice Belmontesi — di riconoscersi. La medicina estetica, nella sua accezione più matura, non insegue la perfezione: accompagna una persona nella propria storia, nel tempo che è suo».

C’è un equivoco di fondo che la medicina estetica si porta dietro da sempre: quello di essere una disciplina della sparizione. Cancellare le rughe, eliminare i segni, riportare il tempo a zero. Ma chi lavora davvero in questo campo racconta un’altra storia — più lenta, più attenta, e profondamente medica.

È questa la prospettiva condivisa emersa dall’incontro del Focus Group Dermocosmesi di Agorà – Società Italiana di Medicina Estetica, coordinato dalla dermatologa Magda Belmontesi, vicepresidente di Agorà e direttrice del gruppo, insieme alle colleghe Eleonora Talerico e Francesca Villa, entrambe medici estetici e membri del gruppo. Tre voci diverse per formazione e approccio, convergenti in una visione comune: la medicina estetica non cancella il tempo, lo accompagna.

«Chi arriva in ambulatorio», spiega la dottoressa Belmontesi, «non sta necessariamente inseguendo la bellezza ideale. Molto spesso sta cercando di ritrovare coerenza tra come si percepisce e ciò che vede allo specchio. Il nostro lavoro non è trasformare un volto, ma accompagnarlo nel tempo».

L’invecchiamento non è solo una ruga

Per capire cosa fa — e cosa non fa — la medicina estetica, bisogna prima smontare alcune semplificazioni. L’invecchiamento cutaneo, per esempio, è ben più complesso di come viene spesso descritto.

«Dobbiamo distinguere tra crono-aging e photoaging», sottolinea Belmontesi. «Il primo è l’invecchiamento biologico naturale. Il secondo dipende dall’esposizione cumulativa alla radiazione solare. Sono processi diversi, ma nelle aree fotoesposte si sovrappongono». A livello cellulare, la radiazione solare innesca la formazione di radicali liberi che alterano lipidi, proteine e DNA, producendo stress ossidativo. Ma non è solo la pelle a cambiare: «Il viso invecchia perché cambiano anche grasso sottocutaneo, struttura ossea ed elasticità dei tessuti», aggiunge la dermatologa. Un processo sistemico, non superficiale.

Prima ancora del trattamento: la prima visita

Se c’è un momento che le tre mediche identificano come decisivo, non è quello in cui si interviene, ma quello in cui ci si ascolta. La prima visita è il cuore di tutto.

«La prima visita serve a comprendere la persona», spiega la medico estetico Eleonora Talerico. «Si analizzano proporzioni del viso, espressività, qualità cutanea e soprattutto aspettative. Senza questo passaggio non esiste medicina estetica corretta». Il punto non è solo tecnico: è relazionale. Costruire aspettative realistiche richiede tempo e onestà. «Talvolta», prosegue Talerico, «il compito del medico è anche saper dire di no quando la richiesta non è appropriata». Una forma di rispetto, non di rifiuto.

La prevenzione comincia ogni mattina

Accanto alle procedure, il Focus Group Dermocosmesi lavora molto su un terreno meno visibile ma ugualmente importante: l’educazione quotidiana del paziente. Ed è qui che la medico estetico Francesca Villa porta la sua voce più diretta.

«Le abitudini quotidiane incidono più dei trattamenti», osserva. «Fotoprotezione, idratazione e costanza sono la vera prevenzione». Un messaggio che il gruppo porta anche fuori dagli ambulatori, attraverso campagne informative che arrivano fino alla dermatologia pediatrica. Perché il fenomeno dell’uso precoce di cosmetici nei bambini — spesso per imitazione dei modelli adulti — preoccupa sempre di più.

«La cute pediatrica è più fragile e reattiva», spiega Belmontesi riprendendo il tema. «Serve una skincare essenziale: detersione, emollienza e protezione solare. Non esiste alcuna indicazione anti-aging nei bambini». Una frase che suona quasi come un manifesto, in un’epoca in cui il mercato cosmetico non conosce limiti d’età.

I trattamenti: la persona prima del protocollo

Solo dopo educazione e prevenzione si arriva a parlare di procedure. E anche qui, il gruppo è compatto nel rifiutare ogni approccio standardizzato.

«Non esiste il trattamento migliore in assoluto», chiarisce Villa. «Esiste quello adatto a quella persona». I protocolli possono combinare tecniche diverse — dal miglioramento della qualità cutanea attraverso peeling, biostimolazione e skinbooster, al trattamento delle rughe mimiche con neuromodulazione, fino al ripristino dei volumi con filler — ma sempre in funzione del singolo paziente e dei suoi obiettivi. «La medicina estetica moderna lavora per miglioramenti progressivi», aggiunge Talerico, «non per cambiamenti evidenti». L’invisibilità del risultato, paradossalmente, è il segno di un buon lavoro.

Una disciplina che merita rispetto

Il messaggio finale che emerge dall’incontro è una richiesta implicita di serietà — verso la disciplina, verso chi la pratica, verso chi vi si affida.

«La medicina estetica richiede conoscenze anatomiche solide, formazione continua ed esperienza clinica», conclude Belmontesi. «Il nostro obiettivo è costruire una cultura della sicurezza: professionisti competenti e pazienti informati». In questa prospettiva, la medicina estetica non è ricerca di perfezione, ma parte della salute globale della persona. Un campo che lavora su ciò che si vede, ma parte sempre da ciò che non si vede: l’immagine che ognuno ha di sé.

«Non si tratta di sembrare più giovani», conclude la dermatologa. «Si tratta di riconoscersi».